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venerdì 23 novembre 2012

Sonata Arctica - Stones Grow Her Name


Il ritorno del Basalto Oscuro è segnato da un articolo di nuova natura: per la prima volta su questo blog viene dedicato spazio alla musica, arte da me sempre amata al pari di libri, videogiochi e film.
E questa volta parliamo di un gruppo finlandese piuttosto conosciuto, i Sonata Arctica, e che io modestamente ascolto da quando ancora non erano così mainstream. Altrimenti che cazzo di hipster e alternativo demmerda sarei?
Certo, crescere con i SA è difficile, dato che ogni canzone istiga al suicidio, ma superata questa fase poi si è immortali. Per sempre.


Stones Grow Her Name (d'ora in avanti abbreviato in SGHN) è il settimo album dei Sonata Arctica, uscito lo scorso 18 maggio in Finlandia. E nel resto d'Europa ancora niente, brutti negri.
Io lo aspettavo un po' titubante. Del gruppo ho sempre apprezzato l'impronta sinfonica, le chitarre piuttosto pulite, l'organo sempre presente, la voce non eccelsa ma buona del cantante.
Unia è stato certamente l'album che ho meno apprezzato di tutti: chitarre distorte, batteria assordante, melodie ripetitive e noiose. Le uniche che avrei salvato erano My dream's but a drop of fuel for a nightmare, con un testo ottimamente realizzato e delle melodie da brividi, e They follow, piccolo capolavoro dell'album.
Per il penultimo The Days of Grays, dopo la pubblicazione del singolo Flag in the ground, il mio hype era salito a mille e l'aspettativa era alle stelle. Peccato per la delusione. Flag in the ground non era altro che una rielaborazione dell'ottima The Cage, e le altre canzoni erano piuttosto mediocri, in un disperato tentativo di recuperare i fan vecchi e accaparrarsene di nuovi. Nonostante ciò, le ballad si rivelano sempre il loro forte e In the dark era davvero piacevole e ben realizzata.
Tornando a SGHN, come dicevo non ero molto convinto di questo lavoro: temevo un'altra scopiazzatura dal passato, oppure una virata verso quel genere di metal che a me non piace. Sia ben chiaro, io sono completamente favorevole alle novità: se voglio ascoltare sempre le stesse cose ho i vecchi album. Di Unia avevo apprezzato i ritmi più sostenuti, ma le canzoni erano veramente piene di roba buttata in mezzo per far vedere quanto fossero fighi.
Ho aspettato l'inizio dell'estate per ascoltarlo, un po' per paura fosse una cagata, un po' per mancanza di tempo dovuta a impegni universitari e lavorativi, così mi sono fatto una settimana ad agosto in montagna insieme alla mia ragazza e me lo sono ascoltato in santa pace. Più o meno...
Analizziamo i brani uno per volta.


Only the Broken Hearts (Make You Beautiful)

La prima traccia dell'album parte veramente con i migliori propositi: un'ottima melodia, un ritornello orecchiabile, e quelle variazioni di tono che a me piacciono sin dai tempi di Poison di Alice Cooper. Complessivamente riuscita sotto tutti gli aspetti, forse pecca di un'identità non molto distinta, ma cerca piuttosto di fare un po' di cose tutte insieme.


Shitload of Money

Questa è un di quelle canzoni che ogni tanto mi piacciono e ogni tanto no. Incredibilmente fonde il ritmo più da house ed electronica, con le sonorità del rock anni '80. Infarciscono il tutto con la loro varietà, staccando spesso e cambiando melodia, risultando quindi in una traccia che dà la carica, con uno degli assoli di chitarra migliori del disco. Davvero ottima: varia, ritmata e piena di sfumature.

 
Losing My Insanity

Sicuramente una delle migliori dell'album. L'inizio ricorda The End of This Chapter (dall'album Silence) per l'intro al pianoforte, molto delicato e pacato, per farsi sostituire da un riff da paura: tutto in questa canzone è al posto giusto, dalle percusioni, alle chitarre, all'assolo (benchè meno ispirato del precedente), al ritmo, tutto, cazzo, TUTTO. Anche questo brano è ricco di variazioni, e gli stacchi prima del ritornello sono incredibili nel modo in cui ti preparano all'esplosione. Anche qui non mancano le salite di tono e altre figherie.



Somewhere close to you

La canzone che rappresenta meglio il nuovo spirito dei Sonata Arctica: molto dark e più vicina a Unia, riesce però a sollevarsi grazie a una melodia molto gotica e ben studiata. Non mi ha fatto impazzire perchè non sono un amante di queste sonorità, ma il ritornello è insieme pervadente e angosciante lasciandomi davvero emozioni diverse dal solito.



I have a right

Questa canzone era già presente nel singolo e pubblicata ufficialmente sul profilo youtube della Nuclear Blast. La prima volta che la sentii non mi impressionò particolarmente, e non è ancora riuscita a farlo: è forse il più pezzo più scontato e commerciale dell'album, benchè per una volta abbia un testo diverso dal solito "La mia ragazza mi ha lasciato e sono triste", che parla di diritti e libertà e cose del genere. Alcuni passaggi sono convincenti mentre la parte parlata non mi entusiasma. Inoltre il finale mi pare troppo ridondante con la ripetizione compulsiva del ritornello.


Alone in heaven

Un altro pezzo particolarmente riuscito: caratterizzato dalla classica "intro a caso che non c'entra un cazzo col resto della canzone" (come il pianoforte di Losing my Insanity). Molto classica nella struttura, con stacchi e ritornelli tipici del gruppo, presenta un testo piuttosto ironico e quanto meno ricercato nei giochi di parole: "What hell will I do in a place without, in heaven". Per il resto mi pare tutto abbastanza azzeccato, buona sonorità e buona melodia.


The day

Una vera sorpresa (con intro-random® ma evocativa e suggestiva), gotica e dark come Somewhere Close to You, ma dalle atmosfere più calme e distese, e un testo piuttosto dolce, benchè non sdolcinato. In verità non riesco a parlarne diffusamente perchè agita in me una marea di emozioni confuse; ascoltatela e basta.


Cinderblox

Ecco che arriviamo a quello che per me è il capolavoro dell'album! L'idea di partenza è geniale: fare un pezzo con il banjo. Il risultato è una canzone molto diversa dal solito, un misto tra il synphonic metal e il country, con un testo ignorabile e un mix di ritmo, sonorità e melodie da ballare come degli scemi. Davvero, complimenti, applausi, baci e abbracci per questo brano.


Don't Be Mean

La prima ballad del brano in verità non colpisce particolarmente per il brano in sè, quanto più per l'esecuzione. Tony Kakko ha una voce molto più calda del solito, e il sempre fantastico batterista Tormmy Portimo sottolinea in modo magistrale i passaggi più rilevanti del brano. Notare che ogni tanto Tony ci piazza un "ooouh yeah" a caso giusto perchè fa figo.


Wildfire, part II - One With the Mountain 


Wildfire, part III - Wildfire Town, Population: 0

Sinceramente non ho capito il senso di fare due estensioni a Wildfire. Aveva senso che lo facessero i Metallica con The Unforgiven che è diventato un classico, ma Wildfire proprio no. Che so, Tallulah Replica, Letter to Dana sono i loro classici, e di cui ci si potrebbe aspettare un presequio, ma Wildfire proprio... Va be'. Fatto sta che nell'insieme sono decisamente buone, molto più progressive del solito, con un numero di variazioni interne peggio dei Dream Theatre (motivo per cui non riesco ad apprezzarle appieno). Le avessero chiamate Pino e Giovanni non sarebbe cambiato niente, dato che non capisco il collegamento con il precedente Wildfire. Viene ripreso piuttosto il tema dark e gotico più recente, con l'intro a suon di banjo e dei tempi più dilatati.


Tonight I Dance Alone

La seconda ballad, presente come bonus track solo per le distibuzioni europea e nordamericana, si rivela ancora più pregevole della precedente Don't be Mean, mostrando un Tony Kakko dalla voce suadente, un Tommy Portimo delicato e aggraziato e un Elias Viljanen adatto alla situazione. Il testo è apprezzabile, e la melodia è più omegenea. Un ottimo lavoro: una ballad semplice e minimalista, ma carica di contenuti.


One-Two-Free Fall

L'ultima traccia, nonchè bonus track per la distribuzione giapponese, è veramente piacevole: una melodia curata e orecchiabile, ricca di variazioni, passa dal power classico a una sezione cetrale più dark. Resta comunque un ottimo lavoro.

Concluzioni
Intanto apprezzo molto la nuova virata dei Sonata Arctica, e ancora di più trovo apprezzabile il nuovo stile delle ballad, molto più intimo e delicato. I pezzi prettamente metal hanno guadagnato un tocco più dark, ma con dei testi che finalmente sono ascoltabili. Inoltre devo ammettere che finalmente Tony Kakko ha imparato a cantare, allelujah. Purtroppo si sente la mancanza del chitarrista Jani Liimatainen molto tecnico, sostituito da un Elias Viljanen meno ispirato e originale. Un ottimo disco che questa volta non mi ha deluso.

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